

Scheda.

Gli universali: un problema linguistico

        Abelardo (1079-1142) rovescia l'impostazione di Anselmo
d'Aosta. La fede non  pi il preambolo al sapere; al contrario,
bisogna capire per poter credere, credere fermamente e con
cognizione di causa, quindi credere consapevolmente: Intelligo ut
credam (Capisco per credere), egli dice.
        Abelardo va ricordato soprattutto per la sua produzione
di logica. [...].
        Per Abelardo la logica  autonoma dalla teologia e non
pu essere ostacolata da limita ad essa esterni. Essa non va
confusa con la metafisica, perch si riferisce al discorso, mentre
la metafisica si riferisce alla realt. La confusione di questi
due piani, a suo avviso, mina alle basi la soluzione nominalistica
come quella realistica date al problema degli universali. Infatti,
ambedue queste soluzioni sono accomunate dal fatto che impostano
allo stesso modo il problema, pur dandogli una risposta
antitetica. Il problema, secondo Abelardo, non  ontologico bens
linguistico, designativo, cio la struttura del nostro linguaggio
 fatta in modo tale che alcune parole si applicano in certi casi
soltanto, mentre altre hanno una applicazione universale. La
logica, perci, diventa analisi dei sermones (discorsi), cio
scientia sermonicialis (studio del discorso).
        Tale soluzione, passata alla storia come concettualismo,
ha il merito di operare una decisa separazione fra il contenuto
del discorso e la forma in cui tale contenuto viene espresso

 (P. A. Genesini, Aristotele e la logica nel pensiero antico e
medioevale,
G. D'Anna, Messina-Firenze, 1982, pagine 44-45)

